Online advertising in Italia. Succede anche questo.

Prendi una bella testata cartacea di moda, giustamente assai famosa negli USA.
Prendi la stessa testata cartace di moda, che funziona anche in Italia.
Considera che il mondo sta cambiando e quindi all’editore serve essere presente anche online, anche in Italia.

Ora considera che un potenziale cliente voglia investire su di te (editore), che ti posizioni a parole nella fascia high-end tra le testate editoriali di moda online. Poi pensa che la prima volta che io investitore vengo sulla tua home page trovo un bel banner dell’outlet di turno e, dato che ho la puzza sotto il naso, la cosa non mi fa proprio entusiasmare.

Poi metti che quando io investitore rompiscatole chiedo i dati di traffico alla concessionaria dell’editore, questa non me li dia (quasi si parlasse dei tabulati delle intercettazioni del nostro premier), dicendo che loro non lo prevedono. Poi aggiungi che la concessionaria non venda la presenza pubblicitaria a CPM (non è cool; che facciamo, ci mischiamo con la massa?) ma a tempo, come si fa con le escort di lusso. Per concludere considera che quando sempre io, investitore maledetto, chiedo di gestire la campagna tramite ad server (giusto per monitorare almeno impression e click through), la concessionaria dica che non è possibile e che sarà lei direttamente a gestire la distribuzione dei banner e a consegnare a fine campagna, i dati relativi a impression distribuite e click.

Ecco…  cose del genere possono capitare.
Nel 2010.
Anche in Italia.

Non dico altro perchè quanto raccontato si commenta da solo.
E, anche se non farò nomi, vi assicuro che questa è una storia vera.

7 commenti »

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  1. È la stampa, bellezza.

    Noi, come NetManager.it, sin dal primo giorno di pubblicazione prevedemmo un sistema capace di consentire all’inserzionista di conoscere costantemente cosa stesse accadendo alla sua campagna. Per quei tempi, ottenemmo un discreto risultato e, soprattutto, una fidelizzazione del cliente tale da ottenere campagne programmate ad un anno di distanza.
    Fatemi essere un po’ presuntuoso: sapevamo che cosa facevamo e sapevamo spiegare al cliente come ottenere i risultati che promettevamo.
    Senza prendere in giro nessuno.

    Commento di Marco — 10 giugno 2010 #

  2. solo in Italia, non anche in Italia, mi sa…

    Commento di Massimo — 16 giugno 2010 #

  3. @Massimo: quoto e lo spero per gli altri paesi ;-)

    @Marco: questo mi sembra un atteggiamento serio e fattivo. Una logica Win-Win conviene a cliente ed editore.

    Commento di Andrea Andreutti — 16 giugno 2010 #

  4. che amarezza Andrea! Questa è proprio una brutta storia. La cosa ancora più brutta è che ne ho sentite delle altre simili. Il web è cosa seria, non lasciamolo a gente improvvisata.

    Commento di Davide Schioppa — 16 giugno 2010 #

  5. Magari una testata è giustamenteassaifamosa offline … perchè è ciò che sa fare bene.
    Magari online si limita a monetizzare la propria popolarità e deve ancora imparare come si fa davvero.
    Magari ha grande confidenza con powerPoint e ha presentazioni fichissime… al web arriverà (forse) più avanti

    Cheffamo ?!? Azzeriamo totalmente i budget allocati a questi “editori” e li distribuiamo con criteri meritocratici, per esempio (dai che possiamo farcela anche noi italiani).

    Andrea, gli investitori maledetti possono fare davvero tanto.
    Scriverne qui, chiaramente, è un primo apprezzatissimo passo.

    buon lavoro !

    Commento di Matteo Calandriello — 16 giugno 2010 #

  6. Magari ci sono in giro ancora investitori che accettano quelle condizioni!

    Commento di Francesco Astolfi — 16 giugno 2010 #

  7. Andrea, consentimi di riportare un pensiero: i have a dream !

    Il mio desiderio è riscontrare ( da parte della platea investitori ) interesse e fiducia anche verso coloro che sono in grado di proporre soluzioni efficaci ed efficenti ma che non hanno la possibilità di esprimersi solo a causa di barriere erette naturalmente ( ed è capibile )proprio per colpa e demerito di realtà solo sulla carta ( scusa il gioco di parole ) più blasonate.

    Purtroppo in questo nostro fantastico e divertente mondo della comunicazione ( diciamo la verità: noi siamo fortunati, siamo degli eletti nei confronti di chi tutte le mattine deve andare in fabbrica a saldare su turni di 8 ore compresa la domenica e stipendi da fame… ) esiste una categoria che sarebbe meglio abrogare : le centrali media.

    Il mio sogno è che queste realtà facciano un giorno veramente il loro lavoro di supporto alla strategia del cliente e non seguano invece altre logiche “commerciali”.

    Commento di marco ferrari — 1 luglio 2010 #

Di la tua

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