Morire a 12 anni a Milano
Andrea Andreutti - 06/11/11Pensate a un ragazzino che dopo un pomeriggio passato all’oratorio torna a casa felice in bicicletta. Pensate a un’auto posteggiata in doppia fila, alla portiera che all’improvviso si apre, al ragazzino che per schivarla si sposta sulla sinistra invadendo, ma chi per istinto avrebbe fatto diversamente, la corsia dei tram. Un botto e la fine di tutto. Così si può morire a Milano in un pomeriggio di novembre.
Di fronte a un avvenimento così tragico mi sento in dovere di fermarmi a pensare e pormi delle domande.
Come automobilisti dobbiamo capire una volta per tutte che le regole che ci sono imposte hanno dei motivi. I divieti di sosta e i limiti di velocità non sono stabiliti al solo fine di dare multe e portare soldi nelle casse del comune, ma per salvaguardare la sicurezza di circolazione, di automobilisti, motociclisti, ciclisti e pedoni. Una macchina posteggiata nel posto sbagliato può ostruire la visibilità, bloccare uno spazio di fuga, obbligare qualcuno a una manovra pericolosa per evitarla. E anche un gesto banale come l’apertura di una portiera d’auto senza guardare se sta arrivando qualcuno può arrecare danno a qualcuno. Pensiamo sempre in anticipo a quello che stiamo facendo e alle cause che potrebbe avere una nostra leggerezza.
I tutori dell’ordine e coloro che hanno la responsabilità di far rispettare le leggi, non devono farsi condizionare dalle abitudini e dal lassismo. Se ci sono regole, devono essere fatte rispettare sempre e con determinazione. Se ci sono mezzi che le violano (dall’eccesso di velocità al divieto di sosta) questi devono essere multati e rimossi in maniera decisa e continua- Solo così anche gli automobilisti più indisciplinati e menefreghisti impareranno a rispettare le regole.
Infine i responsabili di gestire la viabilità di una città come Milano devono prendere atto che ci sono tanti ciclisti che ogni giorno rischiano la vita perchè una città europea come la nostra non è stata ancora capace (o non ha voluto) creare delle piste ciclabili serie e degne di questo nome. Anche loro hanno delle responsabilità e il dovere di fare qualcosa subito.
Un pensiero al povero Giacomo e, per quel poco che può valere, un abbraccio alla sua famiglia nella speranza che riesca a superare questo momento così terribile.
[la notizia nella cronaca di Milano]
Domande
Andrea Andreutti - 29/10/11Vorrei capire cosa spinge un adulto a mettersi in coda alle quattro del mattino per comprare lo stesso smartphone che potrebbe acquistare comodamente qualche giorno dopo. Poi la leggerezza con la quale un ragazzo che non lavora tira fuori più di 800 euro per lo stesso oggetto. Idem per chi ha un stipendio di 1500 euro al mese e famiglia da mantenere. Infine quale insegnamento da’ a una figlia la madre che fa ore di coda per regalare uno smartphone alla figlia.
Sono domande che nascono dopo aver visto questo video e altri spezzoni aggiuntivi nella trasmissione di Paragone di questa sera, su Rai2:
http://video.corriere.it/iphone-4s-arriva-negozi/1678a5ae-0152-11e1-994a-3eab7f8785af
Ringrazio chi mi darà una mano.
Se ognuno nel suo piccolo…
Andrea Andreutti - 19/09/11Una macchina fa una veloce retromarcia nonostante la moto regolarmente posteggiata dietro. La urta e la fa cadere. Me ne accorgo perchè sono sul balcone e l’antifurto della motocicletta comincia a suonare. Mi affaccio e vedo la macchina scappare. Un altro automobilista, fermo in attesa di prendere il posto di quello che ha provocato il danno, fa un timido colpo di clacson. Poi, per non essere messo in mezzo, si allontana subito. Da dove sono non riesco a vedere le targhe nè chi guida ma rimango stupito. Il proprietario della motocicletta accorre un paio di minuti dopo e comincia a imprecare.
Una distrazione in manovra può capitare a tutti. Mi chiedo però cosa possa spingere una persona a non avere rispetto per un bene altrui. Nè chi vede l’accaduto a fare la propria parte. Mi domando anche cosa avrebbe detto l’automobilista se le parti fossero state invertite.
Penso a quello che sta accadendo nella nostra economia e nel nostro paese, all’atteggiamento di molti che si dilettano (talvolta a ragion veduta) a criticare l’individualismo della classe politica. Poi però, quando la vita li mette di fronte a una semplice prova, cascano nello stesso tranello di coloro che criticano.
Non so se siano gli italiani ad aver preso esempio da chi li governa o se chi li governa li rappresenti in tutto. Però mi piacerebbe vedere un atteggiamento diverso, dove il rispetto non è solo per ciò che è nostro ma anche per la cosa altrui. Perchè in fondo anche chi non conosciamo e ciò che non ci appartiene fa parte del mondo in cui viviamo. E forse, se ognuno facesse la sua parte, le cose potrebbero migliorare. Ognuno. Nel suo piccolo.
I geek di casa nostra
Andrea Andreutti - 21/07/11Sono stato uno dei primi ad avvicinarsi alla rete nel 1994, a spingere per l’apertura di un corporate blog nel 2005, quando tutti in azienda mi guardavano come un ufo. Ho visto e frequentato i primi blogger che con semplicità provavano i tuoi prodotti per esprimerne un giudizio, poi quelli che cominciavano ad essere più accondiscendenti verso quei brand che li rimpinzavano con continuità di prodotti da rivendere dopo un paio di mesi.
Ho osservato con scetticismo (dichiarato da subito) il fenomeno Second Life, combattendo contro chi mi diceva che ero un fesso a non cogliere l’occasione. Ho guardato con interesse e apprezzamento lo sforzo dei primi appassionati che hanno creato il fenomeno del nanopublishing in Italia (anche quello molto nano e poco publishing), con delusione il dilagare del fenomeno dei post a pagamento.
Infine sono rimasto perplesso nel vedere l’inutilità di molti blog verticali (io noto soprattutto quelli di tecnologia) nati inizialmente per passione e che i loro proprietari hanno poi cercato di trasformare in un business, a volte sfoggiando verso le aziende un atteggiamento e pretese più altezzose di quelle che potrebbe avere il direttore di Wired (parlo dell’edizione americana, ovviamente, la sola che conosco).
Oggi il nuovo trend emergente è quello del geek-fenomeno di turno che spera, spesso con uno scoop da due centesimi, di farsi vedere più attento e intelligente di altri. Il geek-fenomeno gravita principalmente in Twitter, quasi che lo scrivere poche parole giustificasse una minore propensione al ragionamento.
Qualche mese fa lo stupore di alcuni utenti che sull’account Facebook di Nokia Sony Ericsson avevano scoperto un post dell’admin fatto con un iPhone. E via allo scandalo e allo sdegno, come se fosse accaduto chissà cosa e chi lo aveva scoperto fosse atterrato sulla terra da marte il giorno stesso.
Ci si sdegnasse per le cose serie e ben più gravi che accadono nel nostro paese, mi dissi a suo tempo.
Non avevo infatti trovato nell’episodio nulla di particolarmente eclatante. Chi lavora in un’azienda di elettronica di consumo o di telefonia tende di suo a provare prodotti di più marche, anche contemporaneamente, non fosse altro che per conoscere meglio l’offerta del mercato. I canali social di un’azienda poi sono spesso gestiti da più persone, interne ed esterne all’azienda stessa. Così può capitare che qualcuno, semplicemente perchè va di fretta o non ha altro strumento a disposizione di quello che gli ha fornito a suo tempo in dotazione l’operatore di turno, dia in maniera un po’ inopprotuna della visibilità al marchio di altri. E’ un errore e una leggerezza, ma nulla di più.
Lo dico perchè ne sono convinto. Perchè per me quello che conta alla fine è la comunicazione, ovvero la voglia di un’azienda di voler comunicare e dare risposte in tempo utile a chi ti segue. Le pippe preferisco lasciarle ad altri.
Si vede che però non tutti la pensano allo stesso modo.
Così ieri, a mesi di distanza, lo stesso episodio occorso a Nokia è capitato su Twitter a Samsung Italia. Qualche buontempone se ne è accorto e si è improvvisato nuovo e illuminato giornalista.
A lui e a chi ha prontamente ripreso con tanto di screenshot l’importantissima notizia dico di non preoccuparsi.
Anche quest’anno mi sa che il premio Pulitzer lo prende qualcun’altro
I team dei perdenti
Andrea Andreutti - 18/04/11Oggi voglio parlare di quelli che definisco “i team dei perdenti”, ovvero quei gruppi di persone che alla prima difficoltà o minaccia, invece di rimanere coesi e darsi manforte, scatenano lo scaricabarile e la caccia alle streghe.
Un po’ come se in una battaglia, riprese dal comandante perchè non sono riuscite a raggiungere del tutto l’obiettivo, due squadre si accusassero a vicenda, invece di spostare l’attenzione sui risultati ottenuti e essere così più forti e unite per le conquiste del giorno seguente.
Così in un attimo si distrugge tutto: la fiducia reciproca tra le persone, il rispetto nel comandante che non ha colto lo sforzo fatto, la passione per la missione, la spinta del singolo, che nei momenti di difficoltà è l’elemento che può fare la differenza.
I team dei perdenti non sono quasi mai formati da lavativi o sciocchi, ma da persone intelligenti che a tutti gli effetti dedicano tempo e sforzi alla loro missione. Forse il sentire in maniera eccessiva la pressione che viene dall’alto o non credere totalmente in se stessi le fa reagire in maniera avventata e poco razionale. Magari sono talmente prese nei propri sforzi che nei momenti critici perdono la lucidità.
I team dei perdenti fanno perdere tutti: i singoli, i gruppi e quegli stessi capi, che (magari poco propensi all’ascolto) si troveranno a gestire una situazione poco felice.
I “team dei perdenti” sono nella nostra società, specialmente nelle organizzazioni complesse: in politica, nelle associazioni, negli uffici, nelle scuole e in tanti altri posti.
Ora che li conoscete, statene alla larga oppure trasformate in vincente il team dei perdenti in cui potreste trovarvi o che, anche inconsciamente (come membro o come capo), potete aver contribuito ad alimentare.
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