I team dei perdenti

Oggi voglio parlare di quelli che definisco “i team dei perdenti”, ovvero quei gruppi di persone che alla prima difficoltà o minaccia, invece di rimanere coesi e darsi manforte, scatenano lo scaricabarile e la caccia alle streghe.
Un po’ come se in una battaglia, riprese dal comandante perchè non sono riuscite a raggiungere del tutto l’obiettivo, due squadre si accusassero a vicenda, invece di spostare l’attenzione sui risultati ottenuti e essere così più forti e unite per le conquiste del giorno seguente.
Così in un attimo si distrugge tutto: la fiducia reciproca tra le persone, il rispetto nel comandante che non ha colto lo sforzo fatto, la passione per la missione, la spinta del singolo, che nei momenti di difficoltà è l’elemento che può fare la differenza.

I team dei perdenti non sono quasi mai formati da lavativi o sciocchi, ma da persone intelligenti che a tutti gli effetti dedicano tempo e sforzi alla loro missione. Forse il sentire in maniera eccessiva la pressione che viene dall’alto o non credere totalmente in se stessi le fa reagire in maniera avventata e poco razionale. Magari sono talmente prese nei propri sforzi che nei momenti critici perdono la lucidità.

I team dei perdenti fanno perdere tutti: i singoli, i gruppi e quegli stessi capi, che (magari poco propensi all’ascolto) si troveranno a gestire una situazione poco felice.

I “team dei perdenti” sono nella nostra società, specialmente nelle organizzazioni complesse: in politica, nelle associazioni, negli uffici, nelle scuole e in tanti altri posti.
Ora che li conoscete, statene alla larga oppure trasformate in vincente il team dei perdenti in cui potreste trovarvi o che, anche inconsciamente (come membro o come capo), potete aver contribuito ad alimentare.

Investiamo le nostre energie nelle cose che lo meritano

La vita a volte ci impone dei tempi diversi da quelli che ci aspettiamo. Me lo ha ricordato questa sera, in modo surreale, di fronte a una birra, la notizia della scomparsa di un ragazzo che conoscevo. Pensare a come i suoi sogni e i suoi progetti siano stati annientati in un paio di mesi, mi spinge a riconsiderare le cose che sono veramente importanti, a sorridere delle futili ragioni per cui a volte si torna a casa incazzati alla sera, a dubitare degli obiettivi per i quali, magari convinti più dall’ambiente che ci circonda che dal nostro sentire, togliamo del tempo a noi stessi e alle persone che amiamo. E a investire quanto più mi è possibile le mie energie in cose in cui credo sul serio.

Il mestiere di vendere il sogno

Penso che il bello del nostro lavoro sia riuscire a vendere il sogno.
Specie se in quel sogno crediamo almeno un po’ anche noi.
Per farlo non servono fuochi d’artificio o paroloni, ma solo un po’ di sensibilità.
E così scopriamo ancora una volta che hardware, software, caratteristiche tecniche sono sì importanti ma a noi non servono più.

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