L’azienda, per difendersi dai rischi, non deve dire chiudersi all’esterno

La soluzione più frequente che molte società scelgono per difendersi dalle intrusioni è l’adozione di un firewall. E’ comunque cresciuta nelle multinazionali, specialmente negli ultimi anni, l’abitudine di limitare l’accesso ai siti esterni. L’obiettivo sulla carta è duplice: evitare rischi indesiderati e impedire che i dipendenti impieghino il loro tempo in maniera poco produttiva. A seconda dell’azienda in cui ci si trova questo approccio va dalla totale impossibilità di navigare a quella di visualizzare i siti web le cui pagine contengono particolari parole chiave.

Nel mezzo ci sono numerose sfaccettature: la chiusura di porte e di siti FTP, il blocco di frame e contenuti multimediali inclusi in alcune pagine web e via dicendo. A volte scopri che neanche i responsabili di rete sono realmente in grado di indicare ai colleghi le limitazioni che l’azienda ha selezionato e il loro possibile impatto sull’attività di chi è alla scrivania e crede di poter disporre dei più moderni strumenti di comunicazione.

Trovo questo atteggiamento opinabile e sono tendenzialmente per la responsabilizzazione dei dipendenti e il pieno accesso alle risorse internet. Un collaboratore motivato e responsabile non avrà bisogno di essere limitato nelle sue possibilità di accedere alla rete, che anzi potrà essere per lui un’utile strumento di lavoro, nonchè un’accessibile e economica fonte di conoscenza e aggiornamento professionale.
L’eccessivo protezionismo può al contrario far emergere situazioni negative e in alcuni casi addirittura imbarazzanti. Pensate ad esempio a un responsabile marketing che non scopre di non poter accedere a Facebook o a quello che, pronto a partecipare a una chat con alcuni clienti interessati al brand per il quale lavora, scopre che potrà farlo solo da casa, tramite la propria connessione ADSL.
Ho scoperto che sono cose che succedono anche ai migliori.

I top manager si riducono gli stipendi

Lo spettro della crisi continua a imperversare sulle aziende, piccole o grandi che siano.
Servono sacrifici e a ognuno è chiesto di fare la sua parte.
Conosco le filiali italiane di alcune multinazionali giapponesi ed ho saputo che i top manager si sono ridotti gli stipendi per dare un segnale ai dipendenti.
Per un giapponese e’ un atto quasi dovuto al quale è difficile sottrarsi, almeno se si desidera mantenere la propria “rispettabilità” a livello internazionale.

Partendo da questo esempio, anche altri stanno identificando soluzioni alternative.
Leggo ad esempio che il CEO di HP avrebbe intenzione di ridurre la propria retribuzione e quella dei dipendenti.
Fino a qui tutto bene.
Solo che secondo Damian Saunders le cose sono un po’ diverse da come appaiono.

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