Rivoluzionaria Apple

ipad

Ho pensato un po’ prima di scrivere questo post. Lo spunto me lo ha dato iPad, un prodotto che in molti ritengono rivoluzionario e che al di là degli entusiasmi a caldo è sicuramente molto interessante.
Io voglio soffermarmi invece su quanto, nonostante il passare degli anni, sia sempre rivoluzionaria Apple.
E’ rivoluzionaria nella sua fedeltà a un approccio di marketing che con il tempo è diventato distintivo. E’ rivoluzionaria nella comunicazione che non ha mai tradito sè stessa. E’ rivoluzionaria nel continuare a puntare su pochi prodotti rilasciati a intervalli ben scanditi nel tempo, come fossero gemme preziose e non i croissant buoni ma tutti uguali che puoi trovare in ogni cavolo di bar della città.

Ci sono aziende che cambiano vestito, approccio, immagine ogni cinque minuti sperando di vendere qualche migliaia di prodotti in più. O forse lo fanno perchè non hanno ancora trovato sè stesse e la stessa cosa è vera per i manager che le guidano.
A volte sono le stesse che lanciano un nuovo prodotto alla settimana, come si parlasse di riviste usa e getta, dimenticandosi il giorno dopo di averlo dato alla luce per guardare già al prossimo, lasciando gli acquirenti disorientati. I manager di alcune di queste aziende sono quelli che dicevano che l’iPhone avrebbe venduto dieci pezzi, che puntare sui contenuti con iTunes era uno sforzo inutile, che l’importante è l’hardware e le quote di mercato e che, in questo tipo di rapporto, Apple occupa in un piatto meno dello spazio di un guscio di noce.

Apple non è la compagnia con più brevetti e più prodotti al mondo ma nonostante questo ha fissato delle date nella storia dell’high-tech, ha segnato il tempo.
Altri la traccia la devono ancora lasciare o forse non la lasceranno mai.

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Crowdsourcing

Sull’onda dal workshop di ieri allo IULM, ecco qualche personale considerazione.

1. Siete consumatori? Non aspettatevi che le aziende costruiscano nuovi prodotti seguendo alla lettera le vostre indicazioni. Magari le analizzeranno per cercare riscontro di alcune decisioni già prese, magari ne trarranno qualche suggerimento ma non di più. Questo vale per le auto, come per gli smartphone e i biscotti. Il resto è spesso solo illusione.

2. Siete un’azienda? Non aspettatevi che i consumatori vi dicano come creare il prodotto. Sennò voi cosa ci state a fare? E poi vi siete mai chiesti quanti utenti effettivamente comprerebbero il prodotto che hanno contribuito a creare? E’ compito delle aziende avere capacità e competenze per anticipare i tempi intuendo e sviluppando prodotti e tendenze prima che noi stessi ne sentiamo l’esigenza.

3. Siete un’azienda e avete un budget estremamente ridotto? Da solo il crowdsourcing non potrà fare miracoli, sia che ne facciate uso per creare un logo, sia per provare a sviluppare un annuncio pubblicitario.

4. Le buone idee sono importanti. Una execution impeccabile ancora di più. E solo i migliori professionisti riescono a garantirla (e a volte neppure loro).

5. Spesso il vero valore generato dal cowdsourcing è l’engagement di chi vi prende parte. Vi siete accorti di quanto è importante per un consumatore poter lavorare per e con un marchio noto? O anche solo avere la possibilità di sentirsene parte per un periodo limitato? Allo stesso tempo stiamo attenti a non attribuire al crowdsourcing valenze che non potrà mai avere.

6. Il crowdsourcing aumenta nel consumatore ricordo e memorabilità. Coinvolgimento e esperienza con il brand favoriscono il passaparola.

7. Le agenzie, con le competenze e professionalità che ne fanno parte, possono offrire alle aziende un valore che difficilmente il crowdsourcing può generare. Questo a patto che le stesse agenzie non subappaltino meramente il lavoro ai freelance di turno, tanto per fare cassa.

8. Il fatto che alcune aziende ricorrano al crowdsourcing anche quando farebbero meglio a rivolgersi alle agenzie può essere un segnale non tanto trascurabile dell’insoddisfazione del cliente stesso nei loro confronti.

Paese (quasi) civile

Stamattina a Radio24 un ascoltatore, parte lesa in un processo, raccontava la sua esperienza.
In attesa di sentenza definitiva a fine marzo, ha saputo ieri dal suo avvocato che con il via libera al processo breve, probabilmente non potrà avere giustizia.
E poco importa se nella brutta vicenda in cui è incappato abbia perso tutto quello che aveva ovvero qualche centinaio di migliaia di euro.
In Italia chi ha ragione e si è affidato alla legge rischia ancora una volta di rimanere con un pugno di mosche mentre i furbi vincono un’altra volta. E’ una cosa sulla quale riflettere.

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Siamo quel che siamo

Questa mattina partecipando a un workshop in veste di spettatore ho sentito un professionista, tra l’altro persona intelligente e aperta, rispondere così al moderatore che lo aveva introdotto a suo avviso in maniera non corretta:

Io non sono Direttore creativo DI [Nome_Agenzia].
Io sono Direttore creativo IN [Nome_Agenzia].

C’è qualcosa che non mi torna. Se è vero che una persona è padrona di sè stessa e della sua professionalità, lavora IN un’azienda e non è DI un’azienda, è anche vero che il titolo di Direttore dipende dal fatto che lavori per l’azienda che te lo attribuisce.
Quindi, per coerenza, forse sarebbe stato più corretto dire:

Io non sono Direttore creativo DI [Nome_Agenzia].
Io sono creativo in [Nome_Agenzia]

O mi sbaglio?

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